Il Laudario di Cortona secondo Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura

Arrangiamenti originali di Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura liberamente ispirati al Laudario di Cortona

Paolo Fresu, tromba, flicorno, effetti; Daniele di Bonaventura, bandoneon, effetti; Marco Bardoscia, contrabbasso; Michele Rabbia, percussioni, laptop; Orchestra da Camera di Perugia; Gruppo vocale Armoniosoincanto

 

Laudario di Cortona, Manoscritto 91

Biblioteca del Comune e dell’Accademia Etrusca di Cortona

È difficile affrontare itinerari musicali estrapolati da fonti provenienti da secoli ormai lontani; i codici ci riportano segni identificativi piuttosto schematici e non esaustivi di una pratica in evoluzione nel tempo e nello spazio. Dopo un’attenta valutazione di parametri storici, etnici, religiosi e musicali, si può tentare un’interpretazione del contenuto delle fonti. Sarà un’operazione decisamente moderna in quanto dobbiamo tener conto della situazione reale ed emozionale in cui l’evento si proietta: vi è uno stretto legame tra aspetto musicale e momento sociale sia esso sacro o profano. La ricerca di un colore e di un paesaggio sonoro è suggerita da passioni religiose di espressione popolare stimolando la nostra mente a ricreare una dimensione pura, semplice e molto comunicativa.

Nel periodo in cui l’Italia medioevale vede la nascita delle società comunali come alternativa alla tradizione feudale che aveva caratterizzato la società dai primi secoli del Medioevo fino al XII-XIII secolo, assistiamo, in campo musicale, alla produzione di manoscritti che a questa fase storica sono correlati e ne rappresentano il frutto innovativo e culturale. Proprio nei contesti delle società comunali si fondano confraternite laiche in particolar modo legate al ceto borghese, esponenti delle «arti» cittadine. Queste associazioni laiche rivestono grande importanza per la produzione di manoscritti musicali di chiara funzione paraliturgica, testi in lingua volgare che raccontano immagini e simboli della religione cristiana nell’Italia medievale. Ogni confraternita era rivestita dell’importante responsabilità di sostegno e aiuto ai poveri oltre a quello di impegnarsi nell’esaltazione del santo di riferimento della corporazione, dal quale spesso prendevano il nome, o nella continua funzionalità di luoghi di culto ancora oggi spesso esistenti in tutte le città italiane.

Cortona, straordinaria città medievale, ha la fortuna di conservare ancora oggi uno degli esempi più evidenti di produzione musicale paraliturgica prodotta dalla confraternita di Santa Maria delle Laude della chiesa di San Francesco. La datazione del manoscritto non è del tutto chiara, secondo alcune fonti si pensa databile intorno al 1250, per altre la sua stesura potrebbe risalire al periodo compreso tra 1270 e 1290. Il suo ritrovamento, avvenuto nel 1876 per mano di Girolamo Mancini, fa del manoscritto uno dei pochissimi esempi di laudario composto da testo e musica.

Per meglio comprendere l’importanza del manoscritto 91 di Cortona, occorre conoscere il suo contenuto: brani monodici di devozione mariana, riferimenti al francescanesimo, testi di funzione morale, riferimenti al calendario liturgico e ad altri santi. La devozione alla vergine ricopre gran parte del laudario, esigenza non singolare del XIII secolo: in tutta Europa si percepisce in questa fase l’esigenza di produrre opere letterarie e musicali dedicate specificatamente al culto mariano. Per comprendere questo aspetto, occorre fare riferimento al Concilio Laterano IV, indetto nel 1215 da Papa Innocenzo III, Pontefice che rinforzò l’ideale secondo il quale lo Spirito doveva prevalere sulla Carne. Il concilio si prefiggeva inizialmente la lotta all’eterodossia e tra le varie iniziative diede grande impulso alla devozione mariana, trasformandola, in tal caso, in manifestazione antiereticale. L’orizzonte sonoro di questo codice è caratterizzato dalla legenda dei testi che suggeriscono l’aspetto musicale e interpretativo incentrato sulla parola come luce che guida il cristiano medievale che ascolta con venerazione il sacro testo trovando in esso la vera essenza del divino. Si evoca un’atmosfera piena di significati sonori legati al simbolismo e dove la melodia è al servizio del testo che si serve della melodia stessa come amplificazione del significato esegetico.

Il Laudario di Cortona è costituito da 171 pagine in pergamena contenente 47 laudi di cui 46 con testo e musica sulla prima strofa e una, la n° 5, solo con il testo. È da ritenersi il più importante documento per la lauda del sec. XIII, testimone dell’espressione musicale sacra praticata nei borghi della bassa Toscana e dell’Umbria. Siamo di fronte al primo documento noto di volgare italiano posto in musica, un italiano organizzato in forme che richiamano origini lontane di tradizione araba e ispanica, innestandosi nella melopea-francescana in auge nel periodo. La silloge è formata da laudi a forma innodica, responsoriale, ritornellata dove a testo uguale corrisponde stessa melodia e di zéjelesca dove la forma musicale è gemellare a quella poetica. Le melodie sacre si mescolavano spesso con quelle profane creando il fenomeno dei contrafacta, testi sacri su musiche di ispirazione profana e viceversa oppure melodie usate su diverse espressioni verbali. Abbiamo una collezione di brani e di poesie utilizzate dalla Confraternita, attraverso l’uso della lingua volgare duecentesca, per la partecipazione extra ecclesiastica alla devozione popolare dei temi religiosi più importanti all’interno del calendario liturgico. La monodia scritta nel codice non esclude espressioni polifoniche in uso nell’epoca medievale; il linguaggio plurivoco o polifonico è un nuovo mezzo espressivo che aveva già dato i suoi segni di vita nei secoli VI e VII e si è andato affermandosi anche grazie all’apporto di Guido d’Arezzo.

L’estetica, la ricerca, la divulgazione di repertori inerenti la lauda in lingua volgare duecentesca, ricoprono, ancora oggi, un grande interesse sia musicologico sia storico-sociale; condizioni singolari che raccontano con caparbietà una «rivoluzione» culturale che del Medioevo stesso è fondamento. Il Codice ci restituisce, dopo secoli, una possibile fotografia dell’epoca medioevale, un’immagine e un’estetica che ripropone uno spaccato della nostra storia e della storia della musica occidentale giunta fino ai nostri giorni come ricca eredità del passato. (Franco Radicchia)